Storie di profughi Il prete, il mimo e i sogni di libertà

La Provincia_150621_Pag31_Ritaglio
Pubblico integralmente l’articolo apparso sull’edizione de “La Provincia di Como” di domenica 21 giugno 2015, a firma dell’amico Marco Marelli.
Storia….anche la “mia storia” …. di bambino (libanesi, ospitati ad Uggiate-Trevano), di ragazzo (kosovari, ospitati al centro di Sagnino, dove andavo a fare le notti insieme a Moreno sotto la guida di Luigi Capiaghi), di amministratore comunale e provinciale (Via Borgovico, migranti….) …
« Insieme si puo’ » è scritto all’entrata dell’Oratorio di Uggiate. Penso sempre a quella frase…insieme all’altra…« Restiamo Umani », adagio con il quale Vittorio Arrigoni terminava ogni suo articolo, a volte ripetuto nella forma inglese « Stay Human »…

Buona lettura.

”Con mille marchi e il passaporto puoi raggiungere il paradiso terrestre, la Svizzera”. Non è di oggi questo manifesto, anche perchè i marchi non ci sono più. Risale al 1993. Ma sembra oggi. E conferma che la storia si ripete. Il manifesto era affisso per le via di Mostar, dove si combatteva e si moriva, nel corso della guerra in Bosnia-Erzegova. Il manifesto era stato affisso dopo la distruzione, da parte delle forze croate, dello ”Stari Most” (”Il vecchio ponte” sulla Neretva del XVI secolo) che unendo le due parti della città era il simbolo concreto della convivenza tra etnei e religioni diverse e proprio per questo diventò obiettivo dei bombardamenti, fino alla distruzione. Quel ponte che il 1° ottobre 1993, una ventina fra preti, suore e frati, tentò di attraversare. Fra loro monsignor Ilario Capucci, arcivescovo di Gerusalemme, e don Renzo Scapolo, parroco di Caversaccio di Valmorea, fondatore di Sprofondo, associazione per la promozione della pace e dei diritti dei popoli. Tentativo che non riuscì a causa di alcuni cecchini croati che spararono all’impazzata. E così anche a seguito dei manifesti in cui si diceva che la Svizzera era il paradiso terrestre, migliaia di bosniaci, tra mille difficoltà, si misero in viaggio. Un viaggio della speranza, soprattutto per bambini, donne e anziani. Fuggitivi dal loro Paese in fiamme, con l’unica colpa di voler restare vivi. Oltre 5.400 quelli che, nel 1993, passando da Como, riuscirono a raggiungere il paradiso terrestre. ”Ma dal 1 dicembre il governo federale ha introdotto una normativa con il divieto di accesso ai ”profughi non muniti di regolare permesso di soggiorno. Per 75 bosniaci il risveglio è stato brusco: prima il controllo delle guardie di confine alla stazione di Chiasso, poi l’invito a scendere dal treno. Era da poco passata la mezzanotte. Quindi il trasferimento nella palazzina  della polizia di frontiera di Ponte Chiasso. Sul passaporto le guardie di confine svizzero avevano segnato una ”R”, che sta per ”respinto”. Immediatamente è stato avvisato il prefetto di Como, Francesco Caruso, che in poche ore è riuscito a trovare una sistemazione per i bosniaci presso la Croce Rossa di Uggiate Trevano e di San Fermo della Battaglia” (dalle pagine del quotidiano ”Il Giorno” del 5 dicembre 1993). Sembra cronaca di oggi. Invece sono passati quasi 22 anni. Anche allora apparteneva alla quotidianità. E non era una novità. L’emergenza era incominciato l’anno prima con i libanesi, giunti a migliaia a ridosso della ”ramina”, in quanto sapevano che c’erano due preti sui quali fare affidamento. Don Renzo Scapolo e don Renzo Beretta, parroco di Ponte Chiasso, che aveva trasformato la sua casa nel primo (ed unico) ”Centro svizzero per rifugiati e respinti” in territorio italiano. Per anni sul sagrato della chiesa di Ponte Chiasso si è celebrato la ”Festa nazionale svizzera alternativa”, alla presenza di alcune personalità come l’architetto Mario Botta, il mimo Dimitri e padre Cornelius Kock. Don Scapolo aveva trasformato la chiesa di Caversaccio in un dormitorio. Gli scafisti di allora, erano i passatori, per lo più ex contrabbandieri comaschi. Anche in questo caso è una storia che si ripete. E si è ripetuta a lungo, con i kosovari nel 1999 che a centinaia alla volta arrivavano in treno a Como, per poi accamparsi nei giardini di piazzale San Gottardo, sotto la stazione ferroviaria di San Giovanni, in attesa di trovare il modo di raggiungere la Svizzera. E poi fu il turno dei curdi. Ora tocca ai migranti. Soprattutto eritrei, ma non solo. Con Francia e Germania chiuse, la Svizzera sembra essere l’unico passaggio rimasto aperto. Come venti anni fa. Il tempo sembra essersi fermato, muri alzati invece di ponti. Come rileva don Renzo Scapolo, costruttore di ponti. Con una differenza sostanzialmente. Allora a Como non c’era chi manifestava contro i profughi.
Marco Marelli
La Provincia_150621_Pag31_Ritaglio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.